L’anoressia nervosa è un disturbo alimentare complesso e multifattoriale che colpisce molte persone, in particolare adolescenti e giovani donne. Tra i vari fattori che possono contribuire allo sviluppo di questo disturbo, il rapporto madre-figlia può giocare un ruolo significativo.
Tuttavia, è importante sottolineare che non esiste una causa unica o una responsabilità individuale. Questo articolo si propone di esplorare le possibili influenze materne sull’anoressia, offrendo informazioni utili e supporto senza giudizi.
Disturbi alimentari e rapporto con la madre: cosa dice la ricerca?
Una ricerca che indaga l’influenza del modello materno sulle preoccupazioni relative all’immagine corporea e sui disturbi alimentari nelle ragazze preadolescenti, suggerisce che le madri possano influenzare lo sviluppo di problemi di dispercezione corporea e disturbi alimentari nelle figlie, trasmettendo convinzioni negative sull’immagine corporea e comportamenti alimentari scorretti.
Lo studio ha coinvolto bambine di età compresa tra gli 8 e i 12 anni e le loro madri, a cui è stato chiesto, mentre guardavano insieme alle figlie pubblicità di riviste che promuovevano l’ideale di magrezza, di esprimere commenti negativi sul proprio peso, sulla propria forma fisica e sulla propria dieta, oppure di non esprimere alcun commento sull’aspetto o sulla dieta.
Gli effetti negativi di una madre critica sull’autostima sono stati una minore autostima corporea, una minore soddisfazione per il proprio corpo, atteggiamenti alimentari più problematici e il consumo di una quantità significativamente inferiore di dolci rispetto alle ragazze le cui madri non avevano espresso commenti autocritici.
È bene sottolineare però come, anche in questa ricerca, la natura causale di tale influenza non sia ancora stata chiarita.
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Anoressia e rapporto madre-figlia: c’è una causalità diretta?
La comunità scientifica è divisa rispetto all’idea che, nell’anoressia e in altri DCA/DNA, tra le cause possa esserci la madre. Ma perché gli esperti si dividono sul ruolo causale della madre nell’anoressia e quali evidenze citano le opposte posizioni?
Per anni, l’anoressia è stata letta anche attraverso modelli clinici e sistemici che vedevano nella relazione madre-figlia un possibile fattore centrale, mentre la ricerca più recente mostra che non esiste una prova solida per attribuire alla madre un ruolo causale unico o principale.
Indagando il ruolo delle relazioni familiari nei disturbi alimentari negli adolescenti, un team di studiosi ha concluso che la letteratura internazionale attuale rifiuta la cosiddetta causal family notion, cioè l’idea che la famiglia sia la causa primaria del disturbo, evidenziando il rischio di trasformare un quadro complesso in una colpevolizzazione familiare.
I ricercatori hanno inoltre sottolineato come, invece, il ruolo del padre nelle dinamiche familiari in cui è presente un DCA/DNA si stia iniziando ad approfondire solo di recente.
Sebbene dunque alcune dinamiche familiari (maggior numero di conflitti) o un rapporto disfunzionale madre-figlia possano aumentare il rischio o mantenere i sintomi di un DCA/DNA, (come evidenziato da altre ricerche sulla bulimia nel rapporto madre-figlia) la letteratura recente invita a leggere l’anoressia come un disturbo complesso, in cui la famiglia è una parte del sistema, non il suo unico motore.
Il rapporto simbiotico madre figlia
Il rapporto simbiotico madre figlia, definito anche “invischiamento” (enmeshment) è un concetto centrale nei modelli sistemici-familiari dell’anoressia nervosa.
Sebbene nei primi anni di vita una simbiosi madre-figlia per attaccamento e dipendenza è normale, quando una madre è iperprotettiva, rigida e tende a evitare i conflitti, un figlio non trova spazio per sviluppare una propria identità autonoma.
In un ambiente familiare “invischiato”, i bambini potrebbero non imparare a elaborare le proprie emozioni o a gestire autonomamente gli stress sociali. Questa mancanza di autonomia e di autoregolazione può renderli più suscettibili allo sviluppo di meccanismi di adattamento disfunzionali, come quelli osservati nei disturbi alimentari.
Come sottolineano diversi articoli scientifici sul rapporto madre-figlia e cibo, “La ricerca della magrezza e del controllo sull’assunzione di cibo diventa un campo di battaglia simbolico per questioni di autonomia, identità e controllo che vengono soffocate all’interno del sistema familiare.”
Anoressia e madre drago
Per interpretare le dinamiche familiari nell’anoressia nervosa, la letteratura psicoanalitica italiana e internazionale ha utilizzato il concetto di “madre drago”, espressione che deriva dalla psicologia junghiana.
La “madre drago” rappresenta la “madre terribile” che divora i figli per la propria sopravvivenza psichica, bloccandone l’autonomia. La conseguenza di questo rapporto conflittuale madre-figlia è che quest’ultima lotta contro la madre divorante, ipercontrollante e bisognosa riducendo il corpo a “ossa dure e impenetrabili” a difesa di questa invasione materna.
Oggi, il concetto di madre drago è visto come metafora storica, superato da modelli multifattoriali che includono anche aspetti genetici e neurobiologici, e non è validato empiricamente.
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Oltre la psicologia madre-figlia: i fattori genetici
Le ricerche scientifiche hanno evidenziato che i disturbi alimentari possono avere una componente genetica significativa. Questo significa che alcuni tratti ereditari possono aumentare la predisposizione di una persona all’anoressia nervosa.
È importante comprendere che l’ereditarietà non implica colpa, ma piuttosto sottolinea la complessità dei fattori biologici coinvolti.
Alcuni studi suggeriscono che i figli di madri con disturbi alimentari hanno una probabilità maggiore di sviluppare comportamenti alimentari disordinati o avere conseguenze rischiose per la salute già da neonati (come accade in caso di pregoressia, nella fase di allattamento).
Alcuni dei tratti che possono essere ereditati includono:
- sensibilità allo stress
- perfezionismo
- tendenza all’ansia.
Questi tratti possono interagire con l’ambiente e le esperienze personali, influenzando il modo in cui una persona affronta le sfide legate all’alimentazione e all’immagine corporea.
La dinamica madre-figlia nel contesto sociale
Deborah Tannen, professoressa di linguistica, ha analizzato diverse ore di conversazioni tra madri e figlie per il suo libro You’re Wearing That?, focalizzandosi soprattutto sul rapporto madre-figlia in adolescenza in relazione alla “cultura oggettivante, che ci porta a valutare e controllare il nostro corpo in termini di desiderabilità sessuale prima di ogni altra cosa”.
L’autrice racconta una sua esperienza personale:
“Nel periodo in cui ho iniziato a diventare ufficialmente donna, non riuscivo a scrollarmi di dosso l’idea che mia madre pensasse che fossi grassa, brutta e deludente.
Mia madre non me l’aveva mai detto: era una mamma fantastica che mi amava moltissimo. Interpretavo i suoi occasionali commenti sul mio aspetto o sul mio abbigliamento (di solito sotto forma di consigli per vestirmi in modo più appropriato) come critiche pesanti sulla mia persona.”
Tannen condivide stralci del suo diario, in cui emerge la sua grassofobia interiorizzata:
“Oggi la mamma mi ha detto un centinaio di volte che la mia maglietta era troppo corta e che il mio sedere e la mia schiena erano scoperti. Ho provato a tirarmi giù la maglietta ma non ero a casa e non mi sono potuta cambiare per tutto il giorno.
Lo ha detto praticamente riguardo a tutti i miei vestiti e so che sta insinuando che sono grande e grassa… Domani mi metterò a dieta. Non guarderò la TV e non starò quasi mai ferma e seduta. Glielo dimostrerò. Diventerò magra e lei non dovrà guardarmi e pensare: ‘Guardala! È davvero grossa’, come so che fa”.
Leggendo le testimonianze dell’autrice, emerge la dinamica madre-figlia:
- la madre, che pare abbia interiorizzato questi ideali di bellezza oggettivanti e umilianti come “previsti” e “necessari”, dà consigli, spesso sentendo di averne non solo il diritto, ma anche l’obbligo, perché desidera che la vita sia il più semplice e prospera possibile per la figlia
- la figlia, in cerca di approvazione, si offende, e questo innesca vergogna per il proprio corpo, ansia, rabbia e tristezza.
Il legame tra madre e figlia si indebolisce ogni volta che questo schema si ripete. Come far sì che questo non accada e come vivere un rapporto madre-figlia, in relazione al cibo e all’aspetto fisico, più sano?
Strategie per un sano rapporto madre-figlia e cibo
Le abitudini alimentari sviluppate all’interno della famiglia possono influenzare significativamente la percezione del cibo e del corpo nelle figlie. Le madri, in particolare, possono svolgere un ruolo cruciale attraverso le loro azioni quotidiane e le scelte alimentari.
Incoraggiare una relazione sana con il cibo potrà significare allora:
- offrire una varietà di alimenti nutrienti per far sviluppare un palato vario e apprezzare l’importanza di una dieta bilanciata
- coinvolgere le figlie nella preparazione dei pasti: cucinare insieme può essere un’opportunità per fare educazione alimentare in modo divertente e interattivo
- evitare restrizioni rigide per non creare ansia nei confronti del cibo
- parlare di come il cibo nutre il corpo e la mente, senza collegarlo al controllo del peso.
Le madri, inoltre, fungono spesso da modelli per le loro figlie. Essere consapevoli delle proprie abitudini alimentari può aiutare a:
- trasmettere un approccio equilibrato al cibo: godere dei pasti senza sensi di colpa incoraggia una relazione positiva con l’alimentazione
- evitare di esprimere preoccupazioni eccessive sul peso o sulla dieta: commenti frequenti su queste tematiche possono influenzare le percezioni delle figlie
- affrontare lo stress in modo sano, per dare esempio di come imparare a gestire le diverse emozioni possa essere possibile senza cadere in abitudini e comportamenti disfunzionali.
Anche il linguaggio utilizzato in famiglia e il modo in cui le madri parlano di sé stesse possono avere un impatto profondo sull’autostima e sull’immagine corporea delle figlie:
- riconoscere le proprie qualità e capacità fisiche può incoraggiare le figlie a fare lo stesso
- valorizzare la salute, la forza e le abilità fisiche piuttosto che l’aspetto estetico
- mostrare gentilezza verso sé stesse praticando l’auto compassione: insegna alle figlie l’importanza di accettarsi
- evitare paragoni con altre persone può aiutare le figlie a sviluppare una sana autostima.
Cercare aiuto in caso di DCA
Se sospetti che tua figlia possa avere problemi legati all’anoressia, è fondamentale agire con sensibilità e prontezza. Consultare uno psicologo specializzato in DCA può essere il primo passo per ricevere supporto terapeutico specifico per i disturbi alimentari.
Anche coinvolgere l’intera famiglia può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare insieme le sfide di un DCA/DNA. Inoltre, rivolgersi ad associazioni e gruppi di supporto può essere utile per ricevere informazioni, consulenza e sostegno emotivo.
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