Mangiare non serve solo a fornire energia e nutrienti al corpo: è anche un’esperienza che coinvolge il nostro cervello. Ogni volta che scegliamo, annusiamo, assaggiamo e mastichiamo un alimento, si attivano reti neurali legate alla percezione, alla memoria, alle emozioni e alla ricompensa. Ed è qui che entra in gioco la relazione tra cibo e dopamina.
Cos’è la dopamina e a cosa serve
La dopamina è un neurotrasmettitore coinvolto in diverse funzioni del cervello, tra cui motivazione, attenzione, movimento e risposta alla ricompensa.
Si trova all’interno di reti specifiche chiamate sistema dopaminergico, che coinvolgono i neuroni dopaminergici. Questi circuiti sono centrali per la motivazione e per la selezione dei comportamenti che il cervello considera vantaggiosi.
La dopamina innesca il cosiddetto circuito della ricompensa, quel sistema che rinforza i comportamenti percepiti come utili o piacevoli, alimenta la nostra spinta ad agire e ci spinge a ripeterli.
La dopamina governa il desiderio. Il piacere immediato di un boccone, di una carezza o di un’esperienza gratificante dipende da altri sistemi neurochimici, in particolare dagli oppioidi endogeni e dagli endocannabinoidi. La dopamina, invece, produce il “volere”: attribuisce la cosiddetta salienza incentivante (quel processo per cui una ricompensa associata a uno stimolo alimenta un forte desiderio motivazionale) che ci spinge ad avvicinarci, cercare e ripetere quei comportamenti.
I neuroni dopaminergici si attivano soprattutto quando c’è uno scarto tra ciò che ci aspettiamo e ciò che accade: il picco di dopamina arriva prima del boccone, sullo stimolo che lo annuncia (un profumo, un’immagine).
È questo meccanismo che spiega perché, in alcune condotte alimentari, una persona può dire: “l’ho mangiato tutto e non mi è nemmeno piaciuto”: il sistema dopaminergico ha spinto fortemente il desiderio e la ricerca del cibo, mentre il piacere effettivo è risultato basso o assente, perché mediato da circuiti diversi.
La funzione della dopamina è coinvolta anche in processi fondamentali come il coordinamento dei movimenti, l’attenzione, l’apprendimento, il sonno e la modulazione di alcune risposte fisiologiche, tra cui la frequenza cardiaca e la percezione del dolore.
Proprio per questo, le alterazioni nel suo equilibrio possono influenzare sia il benessere psicologico sia il comportamento. Quando i circuiti della ricompensa risultano particolarmente sollecitati, la ricerca di ciò che procura sollievo o piacere può diventare più intensa e, in alcuni casi, favorire condotte ripetitive o compulsive.
Dopamina e serotonina
La dopamina e la serotonina sono due sostanze del cervello che spesso vengono citate insieme, ma che hanno ruoli diversi. La dopamina, lo abbiamo visto, è più legata alla spinta, al desiderio e alla ricerca di qualcosa che ci attira, mentre la serotonina ha a che fare più con la calma, l’equilibrio e la stabilità dell’umore.
Mentre la dopamina ci aiuta a “muoverci verso” una ricompensa, la serotonina contribuisce a farci sentire più “regolati” e tranquilli. Per questo, quando si parla di alimentazione, la dopamina è spesso chiamata in causa nei meccanismi di piacere, attesa e motivazione, mentre la serotonina entra più facilmente in gioco nella regolazione emotiva e nel senso di sazietà.
Come il cibo può attivare i circuiti di ricompensa nel cervello
Una ricerca su persone con obesità ha approfondito il meccanismo della ricompensa nel comportamento alimentare sottolineando che il cervello comincia a reagire prima ancora di mangiare: già quando vediamo, o sentiamo l’odore, di un alimento molto desiderabile, lo immaginiamo buono o pensiamo che ci farà stare meglio.
Il nostro cervello, insomma, è in grado di creare aspettativa: se una pietanza è associata a conforto, soddisfazione o sollievo, le aree cerebrali coinvolte nella scelta e nella ricompensa possono attivarsi ancora prima del primo boccone, rendendo quel cibo più “attraente” e più difficile da ignorare.
Ecco perché certi cibi risultano così “irresistibili”: non perché abbiano un potere speciale, ma perché combinano gusto, aspettativa, abitudine e risposta cerebrale in un modo molto efficace. Il cervello, insomma, non risponde solo al nutrimento, ma anche alla promessa di piacere che il cibo porta con sé.
Per questo la correlazione tra fame nervosa e dopamina risulta evidente: in momenti di stress, tensione, noia o disagio il cibo viene usato come regolazione emotiva e il comportamento alimentare non risponde più tanto alla fame, quanto alla ricerca di sollievo e gratificazione.
Cibo, dopamina e dipendenza: qual è la connessione?
Come abbiamo visto, il legame tra dopamina, cibi e comportamento alimentare è strettamente connesso al rinforzo: il cervello registra la sensazione di piacere scaturita dal consumo di cibo come vantaggiosa e, più è gratificante e immediata, più il cervello tende a cercare quel cibo di nuovo.
Questa dinamica è presente anche nella dipendenza da cibo che, come sappiamo, attiva un circolo vizioso:
- la persona cerca di soddisfare il proprio disagio emotivo con una sostanza o un comportamento (nel nostro caso il cibo)
- scatta la dinamica abbuffata-ricompensa (mangio tanto cibo e provo soddisfazione)
- la perdita di controllo dovuta al consumo compulsivo dell’abbuffata provoca vergogna e senso di colpa
- la persona si impone nuovamente regole alimentari più severe come saltare i pasti ed eliminare cibi
- si ritorna al cibo come “anestetico” di queste emozioni.
Restrizione e abbuffata
Quando si restringe l’alimentazione, nel cervello non si spegne il desiderio, al contrario: questo diventa più sensibile ai segnali alimentari. Studi mostrano che il digiuno e la deprivazione calorica aumentano l’attivazione di aree legate alla ricompensa e all’attenzione verso il cibo, soprattutto per gli alimenti ad alta densità energetica.
Questo spiega perché la restrizione alimentare è uno dei principali fattori di rischio per le condotte di abbuffata: più si cerca di controllare rigidamente il cibo, più aumenta la probabilità di perdere il controllo in momenti di stress, stanchezza o esposizione a segnali alimentari.
Il legame tra dopamina e comportamento alimentare nei DCA
Anche se la dipendenza da cibo non è presente nel DSM-5 come categoria diagnostica, i suoi meccanismi spiegano bene la complessità del legame tra cibo, emozione e rinforzo.
Nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DAN/DCA) la ricompensa può essere guidata sia dal piacere del cibo sia dal sollievo ottenuto dopo aver assunto un determinato comportamento alimentare.
In alcuni casi il cibo viene ricercato per la sua capacità di alleviare stati interni che portano disagio e, in altri, la restrizione stessa può modificare sensibilità alla ricompensa e controllo degli impulsi. Il nostro cervello impara velocemente quali comportamenti offrono sollievo, controllo o gratificazione, e tende a rinforzarli.
Una ricerca ha indagato il legame tra il funzionamento del sistema dopaminergico e alimentazione incontrollata, sintomo diagnostico fondamentale del disturbo da alimentazione incontrollata (BED) e della bulimia nervosa e, soprattutto, il modo in cui il cervello anticipa il cibo e gli attribuisce un forte valore di ricompensa.
Nel BED la ricerca suggerisce che vedere o immaginare cibi molto appetibili può attivare in modo marcato i circuiti della dopamina, soprattutto quando la persona è affamata o esposta a stimoli alimentari forti. Il cervello, insomma, sembra reagire molto alla promessa del cibo, e questo può aumentare la spinta a mangiare in modo impulsivo o in grandi quantità.
Nella bulimia nervosa il quadro appare simile anche se con alcune differenze: le alterazioni del sistema dopaminergico ricordano, in alcuni aspetti, quelle osservate nelle dipendenze, con l’aggravante delle condotte compensatorie che rendono il disturbo più centrato sul conflitto tra impulso, colpa e controllo.
Ulteriormente interessante è poi la comorbilità, come nel caso della compresenza di DCA e ADHD. Una ricerca sottolinea come bambini, adolescenti e adulti con ADHD mostrano più spesso comportamenti alimentari disordinati, soprattutto quelli caratterizzati da impulsività e perdita di controllo sul cibo.
La relazione tra dopamina, ADHD e DCA è soprattutto quindi una questione di regolazione: nel cervello ADHD il sistema della ricompensa e del controllo degli impulsi può funzionare in modo meno stabile, e questo può rendere il cibo più utile come “regolatore rapido” di energia, attenzione o emozioni.
Nei DCA, però, questa strategia finisce per rinforzare il problema invece di risolverlo.
Dopamina e comportamento alimentare: strategie di intervento
Quando il comportamento alimentare è influenzato da una forte ricerca di ricompensa, come accade nel BED e in altri disturbi del comportamento alimentare, l’obiettivo non è solo ridurre il sintomo, ma lavorare sui meccanismi che lo mantengono: impulsività, craving, risposta automatica ai cibi molto appetibili e difficoltà di regolazione emotiva.
Rimangono d’elezione le strategie psicoterapiche come la terapia cognitivo-comportamentale, il training di regolazione del craving, il lavoro sui trigger alimentari, la psicoeducazione e il lavoro su un rapporto sano con il cibo aiutano a interrompere il circolo tra aspettativa, desiderio e abbuffata.
Gli interventi più utili sono quindi quelli integrati: in certi casi possono essere necessari a supporto della psicoterapia approcci farmacologici, quando indicati e sempre sotto supervisione clinica.
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione hanno dinamiche complesse e cause multifattoriali. Se noti in te o in una persona cara dei comportamenti poco equilibrati, prova a fare un primo passo e rivolgiti a uno psicoterapeuta esperto in DCA.
In Centro Lilac il primo incontro è gratuito e potrà essere utile a fare luce su ciò che senti e sulle strategie da mettere in atto per tornare a vivere serenamente il tuo rapporto con il cibo.
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