Come sappiamo, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione impattano in modo significativo sul benessere psicofisico della persona che ne soffre e coinvolgono tutti gli aspetti della vita, compreso quello lavorativo.
I contesti professionali, di per sé, possono portare stress e tensioni, stanchezza e ansia e, quando parliamo di disturbi alimentari e lavoro, può essere utile ricordare che l’ambiente professionale può amplificarne i sintomi, rendere più difficile chiedere aiuto e incidere su concentrazione, energia, produttività, relazioni e continuità dell’attività lavorativa.
Anche se la persona può apparire efficiente, può essere molto compromessa sul piano emotivo, cognitivo e fisico: bisogna ricordare infatti, che il sintomo alimentare è spesso solo la parte visibile di un disagio più ampio.
Disturbi alimentari e funzionamento lavorativo
Una recente ricerca ha studiato la presenza di possibili DCA tra i lavoratori e il rapporto con alcuni fattori come stress, sonno, traumi, ansia, depressione e “alfabetizzazione” sulla salute.
I ricercatori hanno coinvolto 1.912 lavoratori, chiedendo loro di compilare questionari sull’alimentazione, sulla salute, sullo stress lavorativo, sulla qualità del sonno, sull’ansia, sulla depressione e sul livello di felicità, esaminati poi insieme ad alcuni dati fisici e metabolici.
Dai risultati è emerso che nella maggior parte dei casi non era presente un peso corporeo basso. Questo è un dato importante perché ricorda che un DAN/DCA non è sempre riconoscibile dall’aspetto fisico: nel campione, i risultati sembravano riguardare soprattutto problematiche associate ad alimentazione incontrollata, binge eating e obesità. I punteggi indicativi di maggiore difficoltà alimentare erano associati a:
- stress lavoro-correlato
- esperienze traumatiche recenti
- ansia e depressione
- minore qualità del sonno
- minore livello di health literacy, cioè la capacità di trovare, comprendere e utilizzare informazioni affidabili sulla salute
- minore percezione di felicità o benessere.
È importante ricordare, anche alla luce di questi risultati, che non bisogna considerare il lavoro come una causa diretta di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, ma come fattore di mantenimento o peggioramento del disturbo. Proviamo a portare qualche esempio.
Anoressia e lavoro
Alcune delle cause psicologiche dei disturbi alimentari sono il perfezionismo e il controllo. In una persona con anoressia nervosa, nel posto di lavoro questo può tradursi in minore flessibilità, difficoltà a reggere ritmi intensi e maggiore rischio di isolamento.
La pausa pranzo con i colleghi o un evento aziendale possono dunque diventare una fonte di grande ansia (e sappiamo bene che ansia e alimentazione sono strettamente collegati), l’ossessiva attenzione all’immagine corporea può compromettere le performance lavorative e le conseguenze fisiche di questo disturbo possono portare ad affaticamento e rallentamento cognitivo.
Bulimia e lavoro
Anche nella relazione tra bulimia e lavoro la sintomatologia può interferire con la continuità lavorativa e con il benessere complessivo.
Questo disturbo è caratterizzato da una dinamica di controllo sul cibo, che si esprime attraverso abbuffate compulsive e condotte compensatorie intese come “rimedio” all’ingestione di una grande quantità di cibo in poco tempo.
Questo meccanismo provoca vergogna, porta a isolamento ed evitamento delle situazioni sociali e, di conseguenza, a una scarsa concentrazione e difficoltà nella gestione degli impegni e dei rapporti lavorativi.
Binge eating disorder (BED) e lavoro
Una ricerca ha valutato le compromissioni del funzionamento lavorativo e delle attività quotidiane in un campione rappresentativo di adulti statunitensi che soddisfano i criteri diagnostici del DSM-5 per il disturbo da alimentazione incontrollata (BED).
I risultati sono stati chiari: gli individui con BED hanno riportato una compromissione significativamente maggiore della produttività lavorativa, con livelli molto elevati di assenteismo rispetto alle persone senza BED.
Oltre alla produttività, il BED può compromettere la partecipazione alla vita lavorativa in modi meno visibili ma altrettanto significativi. Uno dei criteri diagnostici del disturbo è proprio l’evitamento di mangiare in pubblico, spesso guidato da intensa vergogna per le proprie abitudini alimentari o per il proprio corpo.
Questo può tradursi nel saltare pause pranzo con i colleghi, rifiutare momenti di condivisione alimentare (caffè, aperitivi, pranzi di lavoro) o organizzare la giornata intorno alla possibilità di mangiare in solitudine.
Nel tempo, questi comportamenti riducono le occasioni di networking, indeboliscono il senso di appartenenza al team e possono essere letti, dall’esterno, come disinteresse o scarsa collaborazione, aggravando il carico di stress e isolamento già associato al disturbo.
Diritti dei lavoratori con disturbi alimentari in Italia
In Italia al momento solo anoressia nervosa e bulimia nervosa possono dare accesso all’invalidità civile e, nelle situazioni più compromesse, anche alle tutele della Legge 104 o all’indennità di accompagnamento.
Il riferimento è costituito dalle linee guida INPS per l’accertamento degli stati invalidanti, che suddividono le percentuali di entità del disturbo soprattutto in relazione alla capacità lavorativa generica. Secondo queste linee guida, la percentuale di invalidità per anoressia è suddivisa in tre fasce:
- deficit lieve: 35%
- deficit moderato: 45%
- deficit grave: dal 75% al 100%.
Per la bulimia, invece, la percentuale è del 20%. La valutazione può essere modificata, entro limiti specifici, se la patologia incide in modo particolare anche sul lavoro concreto svolto dalla persona o sulle sue attitudini professionali.
Come creare un ambiente di lavoro inclusivo per la salute mentale
La comunità scientifica è concorde nel ritenere che l’ambiente lavorativo possa essere un ambiente ideale per la prevenzione dei disturbi alimentari e delle loro conseguenze. Ma come è possibile farlo?
Per creare un ambiente di lavoro inclusivo per la salute mentale servono formazione, policy chiare, attenzione ai carichi di lavoro, possibilità di flessibilità e una cultura che riduca lo stigma.
Può essere utile concentrarsi su ciò che serve sul piano pratico: flessibilità per le terapie, gestione delle pause, riduzione temporanea di alcune mansioni che risultano particolarmente stressanti per il soggetto, attenzione a determinati trigger ambientali, eventuale smart working.
Bisogna tenere presente che l’impatto dello smart working sui disturbi alimentari può essere ambivalente: per alcune persone riduce l’esposizione ai trigger sociali, migliora la gestione delle terapie e consente maggiore controllo della routine.
Per altre può aumentare isolamento, disorganizzazione e ruminazione. La variabile decisiva non è il lavoro da casa in sé, ma come viene organizzato e quanto supporto è presente.
Nella relazione lavorativa che si instaura con una persona che soffre di DCA, può essere poi importante mettere in atto comportamenti non colpevolizzanti e non giudicanti, nel totale rispetto della privacy: la persona ha bisogno di sentirsi accolta, ascoltata e supportata rispettando i tempi che un percorso di guarigione personalizzato impone.
Anche una cultura aziendale condivisa è importante: far comprendere ai lavoratori che frasi apparentemente innocue come battute sul peso, sul pranzo o sulla “forza di volontà” possono attivare vergogna, confronto e controllo, soprattutto in chi convive con un DCA, è di fondamentale importanza non solo per assicurare un ambiente sereno e rispettoso, ma anche per favorire una maggiore health literacy collettiva.
Cosa può fare la persona con DCA nell’ambiente lavorativo
Per imparare a gestire le criticità fisiche e psicologiche che un DAN/DCA porta con sé, è innanzitutto necessario prendere consapevolezza di questo problema e provare a cercare il necessario supporto.
Rivolgersi a uno psicologo specializzato in disturbi alimentari e a professionisti esperti in nutrizione, può essere il primo passo. Da un lato, infatti, è fondamentale che la cultura aziendale riconosca che il benessere professionale non può prescindere dalla salute mentale e fisica, ma anche la persona può fare la sua parte.
Un approccio utile può essere quello di parlare con il datore di lavoro: sembra difficile e probabilmente in certi casi lo è, ma una comunicazione aperta e trasparente che faccia emergere le reali necessità della persona può fare la differenza e dare la possibilità di ricevere supporto concreto.
Un contesto lavorativo “competente” non cura il DCA, ma può ridurre il peso dello stigma e facilitare l’accesso alle cure, alla continuità lavorativa e a un funzionamento più sostenibile.
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