Disturbi alimentari e trauma: tutto quello che devi sapere

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La connessione tra disturbi alimentari e trauma è ormai consolidata nella letteratura scientifica, che attraverso numerosi studi ha evidenziato come esperienze traumatiche, specialmente esperite in età infantile, rappresentino un fattore di rischio significativo per lo sviluppo di diversi tipi di DCA.

 

DCA e trauma: cosa dice la ricerca

Una ricerca recente ha indagato la correlazione tra trauma e disturbi alimentari su un campione di popolazione statunitense, differenziando gli eventi traumatici in due ampie categorie: traumi interpersonali e non interpersonali. 

Il trauma interpersonale può essere definito come un’aggressione o un abuso perpetrato da un’altra persona (ad esempio, aggressione sessuale, abuso fisico), mentre il trauma non interpersonale consiste in eventi avversi che non necessariamente coinvolgono un’altra persona (ad esempio, incidenti, disastri, malattie).

Nella ricerca si evince come “il 43,8% degli individui con diagnosi di disturbo alimentare e il 24,9% degli individui senza diagnosi di disturbo alimentare hanno riportato più di un evento traumatico. 

In termini di tipologie di esposizione al trauma, il 35,8% degli individui con diagnosi di disturbo alimentare hanno riportato traumi di più di una tipologia. Circa il 71% degli individui con diagnosi di anoressia nervosa, il 67% degli individui con diagnosi di bulimia nervosa e il 75% degli individui con diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata avevano subito un trauma non interpersonale.”

 

DCA come meccanismo di difesa per gestire il trauma

Come diciamo spesso, le cause dei disturbi alimentari sono multifattoriali e l’esperienza traumatica rappresenta solo uno di questi fattori. La maggior parte delle persone con un disturbo alimentare riporta esperienze di traumi complessi, ossia esposizioni croniche o reiterate a eventi stressanti (per esempio razzismo o omofobia), frequentemente iniziate durante l’infanzia

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Tali vissuti possono ostacolare uno sviluppo affettivo sano, erodere la fiducia in sé e alterare il rapporto con il proprio corpo, rendendo il disturbo alimentare un meccanismo di difesa che la persona mette in atto per:

  • trovare conforto o sollievo da sentimenti dolorosi 
  • affrontare le emozioni sgradevoli associate all’esperienza traumatica
  • controllare sentimenti opprimenti di bassa autostima, mancanza di controllo, solitudine, depressione e ansia, gli stessi sintomi che si sperimentano a causa di traumi e abusi.

In alcune persone, poi, il disturbo alimentare può assumere anche la funzione di ristabilire una sensazione di controllo su un corpo vissuto come vulnerabile, invaso o imprevedibile. Dopo un trauma, soprattutto se interpersonale, il corpo può smettere di essere percepito come un luogo sicuro e diventare invece il luogo in cui si concentrano allerta, vergogna, confusione e perdita di controllo. 

In questo senso, il sintomo alimentare non riguarda solo il cibo, ma anche il tentativo di regolare il rapporto con il proprio corpo e con ciò che il corpo sente.

In alcune storie traumatiche, il controllo del cibo può collegarsi simbolicamente e concretamente al controllo di ciò che entra e di ciò che esce dal corpo. La restrizione, l’evitamento, l’abbuffata o le condotte di eliminazione possono diventare modi diversi di gestire confini corporei vissuti come violati, confusi o non più affidabili. 

Non si tratta di un meccanismo presente in tutti i casi, ma di una dinamica clinica che può emergere soprattutto quando il trauma ha coinvolto il corpo in modo diretto.

 

Ansia e DCA

Come abbiamo visto, nei casi di comorbilità con un DCA, il cibo viene usato come meccanismo di coping per “anestetizzare” l’ansia o recuperare un illusorio dominio sul corpo. Una ricerca ha indagato la correlazione tra ansia e DCA evincendo che:

  • il 65% delle pazienti soddisfaceva anche i criteri per almeno un disturbo d’ansia in comorbilità
  • il 69% di queste ha riferito che l’esordio del disturbo d’ansia ha preceduto l’esordio del disturbo alimentare. 

Tra i disturbi d’ansia diagnosticati, la fobia sociale è stata la più frequentemente diagnosticata (42%), seguita dal disturbo da stress post-traumatico (26%), dal disturbo d’ansia generalizzato (23%), dal disturbo ossessivo-compulsivo (5%), dal disturbo di panico/agorafobia (3%) e dalla fobia specifica (2%). 

Un’altra ricerca evidenzia il doppio legame tra DCA e disturbo d’ansia, che “è giunto a essere considerato un possibile fattore di rischio predisponente per i disturbi alimentari, mentre i disturbi alimentari potrebbero rappresentare manifestazioni più complesse di una vulnerabilità ansiosa sottostante.”

Questo studio sostiene infatti che “circa il 65% dei pazienti con disturbi alimentari soddisfa i criteri per almeno un disturbo d’ansia, che tende a precedere e a persistere anche dopo la remissione del disturbo alimentare”.

 

Il legame tra PTSD e disturbi alimentari

Il PTSD (disturbo post traumatico da stress) è un fattore di rischio piuttosto comune per i disturbi alimentari. Il PTSD amplifica la disregolazione emotiva e la perdita di controllo portando con sé angoscia, iper-arousal (ovvero uno stato di ipervigilanza, allerta e ansia) e ricordi intrusivi.

Diverse ricerche lo confermano:

“In un campione di 107 pazienti di sesso femminile sottoposte a trattamento ospedaliero o ambulatoriale per un disturbo alimentare, la diagnosi di PTSD è stata riscontrata nel 23% di quelle con anoressia nervosa e nel 26% di quelle con bulimia nervosa. 

Analogamente, tra 642 adulti (96,7% donne) sottoposti a trattamento residenziale per un disturbo alimentare, il 49% è risultato soddisfare i criteri per il PTSD.”

Nei vissuti post-traumatici, il problema non riguarda solo la memoria dell’evento, ma anche lo stato persistente di allerta che può rimanere attivo nel corpo. Quando il sistema nervoso continua a percepire minaccia, il bisogno di controllo può intensificarsi e il comportamento alimentare può diventare un modo per organizzare quella tensione. 

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In alcune persone, sentirsi vuote, leggere, rigide o altamente controllate può coincidere con una sensazione di maggiore sicurezza; in altre, il bisogno è quello di percepire il corpo come forte, contratto, resistente, pronto a fronteggiare una minaccia.

 

Abuso sessuale e DCA

Come abbiamo visto, le esperienze traumatiche (specie infantili) rappresentano un fattore di rischio chiave per lo sviluppo di un DCA. Alcuni studi si sono concentrati su esperienze altamente traumatiche come gli abusi sessuali infantili, sottolineando come chi subisce un abuso sessuale possa sviluppare dei sentimenti di odio verso il proprio corpo, inteso come sede del vissuto traumatico. 

Oppure, chi vive un abuso sessuale può, attraverso i comportamenti di restrizione o di iperalimentazione, trasformare il proprio corpo per renderlo diverso dal corpo che è stato abusato, per neutralizzare gli aspetti potenzialmente attraenti o per creare una barriera di che protegga dal contatto sessuale. 

In questi casi, il sintomo alimentare può anche assumere il significato di una trasformazione del corpo finalizzata a renderlo meno esposto, meno leggibile sessualmente o meno desiderabile. 

Per alcune persone, dimagrire drasticamente, nascondere le forme corporee o, al contrario, modificare il corpo attraverso l’iperalimentazione, può rappresentare un tentativo di allontanarsi dal corpo che è stato guardato, toccato, invaso o temuto. Il punto non è l’estetica, ma la ricerca di una distanza psicologica da un corpo che non viene più sentito come proprio o come sicuro.

Dopo un abuso, il corpo può essere vissuto non solo come sede del trauma, ma anche come elemento da spegnere, punire, svuotare o rendere invisibile. In questo senso, il disturbo alimentare può funzionare come una strategia estrema di sopravvivenza psicologica: non elimina il dolore traumatico, ma può dare l’illusione di ridurre l’esposizione, il rischio, la vergogna o il senso di impotenza.

 

Trauma e disturbi alimentari: i meccanismi in anoressia, binge eating, ARFID e bulimia

In presenza di trauma, i sintomi alimentari possono assumere funzioni diverse ma convergenti: anestetizzare, contenere, proteggere, desessualizzare, creare confini, scaricare tensione o ripristinare una sensazione di padronanza. 

Per questo il trauma non produce un solo tipo di disturbo alimentare, ma può esprimersi in forme cliniche differenti a seconda della storia della persona, del significato del corpo e del modo in cui il sistema psichico ha imparato a sopravvivere.

L’anoressia nervosa spesso può insorgere a seguito di esperienze traumatiche (come abusi o trascuratezze emotive) vissute specialmente durante l’infanzia. Nell’anoressia, la restrizione può rappresentare non solo un tentativo di controllo sul peso o sulle emozioni, ma anche una modalità di irrigidimento dell’esperienza corporea. 

Ridurre l’alimentazione, svuotarsi, sentire fame o leggerezza può dare l’impressione di essere meno esposti, meno impulsivi, meno vulnerabili al caos interno o alla minaccia esterna.

La restrizione alimentare diventa un modo per riprendere il controllo e “spegnere” emozioni dolorose come vergogna o ansia portate dal trauma.

Nella bulimia e nel binge eating, il cibo può diventare invece uno strumento per interrompere temporaneamente stati interni intollerabili, come vuoto, angoscia, iperattivazione o vergogna. 

L’abbuffata può produrre un momentaneo effetto di stordimento, riempimento o distacco, mentre le condotte di compenso possono inserirsi come tentativo di espellere tensione, colpa, disgusto o perdita di controllo.

 Il binge eating disorder, infatti, può essere un modo per i pazienti per mantenere il controllo mentre si allontanano dal dolore. Le abbuffate possono restituire una sensazione di pienezza laddove ci sia stato un vuoto insopportabile e restituiscono una sensazione di controllo sul trauma.

Nella relazione tra bulimia nervosa e trauma, il corpo può diventare un “nemico” ingestibile, e i cicli di abbuffate seguite da purging diventano un modo per “scaricare” l’ansia travolgente, la vergogna o il senso di perdita di controllo.

Anche l’ARFID (disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo) può nascere o peggiorare dopo esperienze traumatiche, spesso legate a eventi specifici come un soffocamento improvviso, un episodio di vomito doloroso o abusi che alterano la fiducia nel cibo e nel corpo. 

A differenza di anoressia o bulimia, qui è come se il trauma “congeli” l’appetito in una bolla di sicurezza, limitando l’alimentazione a poche cose ritenute sicure per evitare panico o disgusto travolgente.

 

Come trattare disturbi alimentari legati al trauma

Le esperienze traumatiche nella propria vita possono causare livelli elevati di stress e ansia, che possono portare a modi distruttivi di affrontare la situazione.

Il trauma attiva alcuni meccanismi caratterizzati soprattutto da disregolazione emotiva e alterato controllo degli impulsi.  

Un sintomo molto comune nei pazienti con trauma e disturbi alimentari è infatti proprio l’incapacità di gestire emozioni come ansia, vergogna o rabbia, che porta a usare il cibo come coping maladattivo.

Quando trauma e disturbo alimentare si intrecciano, il trattamento però non può limitarsi alla sola eliminazione del sintomo. È spesso necessario lavorare anche sul senso di sicurezza, sulla regolazione dell’allerta, sul rapporto con il corpo, sui confini personali e sulla possibilità di tollerare emozioni e stati corporei senza ricorrere al sintomo alimentare come unica strategia di protezione.

In questi casi, un percorso efficace aiuta la persona a costruire progressivamente un’esperienza del corpo meno minacciosa e meno nemica. L’obiettivo non è togliere un comportamento senza comprenderne la funzione, ma offrire alternative più sicure e sostenibili a bisogni profondi di protezione, controllo e sopravvivenza emotiva.

Per trattare un DCA legato a un trauma, è necessario infatti un approccio multidisciplinare che si concentri sia sul disturbo alimentare che sulle ferite sottostanti, lavorando sulla stabilizzazione emotiva oltre che sul focus nutrizionale. 

Alcuni approcci comportamentali, come la Terapia Cognitivo-Comportamentale focalizzata sul trauma (TF-CBT) o la CBT-Enhanced (CBT-E) integrata con la Schema Therapy possono essere efficaci, perché lavorano sia sulle memorie traumatiche e sugli schemi maladattivi radicati nel trauma, che sui meccanismi dei DCA.

 

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