Si è svolto giovedì 19 febbraio il webinar Disturbi alimentari ed endometriosi: rompiamo il silenzio, l’evento online gratuito organizzato da Lilac Centro DCA per approfondire il legame tra endometriosi e i DCA.
L’incontro, molto partecipato, ha visto il contributo degli esperti di Centro Lilac e un’ospite speciale:
- Giuseppe Magistrale, psicoterapeuta, responsabile clinico e founder Lilac
- Ilaria D’Errico, dietista non prescrittiva, supervisora e componente del comitato scientifico di Lilac
- Mariantonella Santoro, psicoterapeuta Lilac esperta in comorbidità con endometriosi
- Vania Mento, attivista e fondatrice di “La voce di una è la voce di tutte”.
L’iniziativa, la prima tra gli eventi gratuiti che Centro Lilac ha in programma di organizzare anche nel 2026, è stata pensata come uno spazio di ascolto sicuro e inclusivo, e rivolta sia a chi soffre direttamente di endometriosi, sia a chi vuole conoscere la tematica.
Attraverso le testimonianze di alcune partecipanti e i contributi degli esperti, nell’incontro si sono approfonditi aspetti complessi legati all’endometriosi, come il ritardo diagnostico, l’invisibilità sociale del dolore e l’impatto psicologico della malattia.
Se non mangio non sento dolore
Il webinar ha messo in luce una comorbilità significativa tra l’endometriosi e i DCA, un legame profondo e spesso trascurato. Molte donne vivono un senso di confusione e spaesamento non solo per i sintomi fisici, ma anche per i messaggi contrastanti ricevuti da medici e nutrizionisti.
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Questa sofferenza si manifesta spesso in una relazione interrotta con il proprio corpo, dove il dolore cronico e i cambiamenti fisici diventano il terreno fertile per lo sviluppo di disordini alimentari.
Lo conferma la testimonianza di una delle partecipanti che, raccontando la sua storia, ha evidenziato come l’endometriosi può anche portare allo sviluppo di un disturbo alimentare:
“Dopo la diagnosi di endometriosi ho iniziato a non mangiare, perché questa patologia mi provocava dei dolori che mi facevano svenire nel momento dell’evacuazione. La mia mente, allora, mi diceva: se non mangi non vai in bagno. E così è iniziato il mio problema con l’alimentazione.
Sono arrivata al momento dell’intervento che pesavo 40 chili, per cui ero davvero in difficoltà. Ma dopo l’intervento sono iniziati altri problemi. Le terapie ormonali hanno iniziato a farmi lievitare di peso, quindi ho iniziato diete drastiche in cui mi privavo di tutto per riuscire a guardarmi allo specchio e piacermi.”
Quando il corpo non risponde come vorremmo, spesso ricorriamo al cibo come strumento di controllo: “Se non mangio, non sento dolore”, una frase potente che riecheggia spesso nell’esperienza di chi combatte endometriosi o disturbi alimentari, dove il dolore fisico si intreccia a quello psicologico.
Il “sacrificio” permette di controllare il dolore. “Molto spesso- afferma Giuseppe Magistrale- “queste sottrazioni alimentari che spesso vengono vendute o vissute in prima persona come soluzioni, sembrano dare spesso un’idea di controllo e vengono agite per controllare il dolore fisico, ma spesso si sottovaluta quanto dolore psicologico possano generare.”
L’approccio “meno è meglio” può infatti generare effetti collaterali devastanti sulla mente, come dimostrato dal Minnesota Starvation Experiment. L’esperimento fu svolto in un contesto molto diverso da quello che viviamo oggi e che dà molta importanza al corpo, ma ha dato conferma che la restrizione alimentare può portare sofferenze non solo fisiche, ma anche psicologiche di una certa entità.
Il Minnesota Starvation Experiment
L’esperimento, condotto nel secondo dopoguerra su 36 obiettori di coscienza, mirava ad approfondire gli effetti fisici e psicologici della “semi-fame” e il problema del re-nutrimento dei civili che avevano sofferto la fame durante la guerra.
Durante l’esperimento, i partecipanti furono sottoposti a uno stato prolungato di restrizione calorica significativa, in cui si mangia “abbastanza per sopravvivere”, ma molto meno di quanto servirebbe per il proprio fabbisogno.
La maggior parte di loro perse oltre il 25% del proprio peso, e molti manifestarono diverse conseguenze psicologiche e fisiche tra cui:
- oscillazione dell’umore, con periodi transitori o cronici di depressione grave, euforia seguita da crolli, irritabilità esplosiva e rabbia
- ansia, nevrosi, ipocondria, ossessione per il cibo, episodi di compensazione e abbuffate
- ridotta concentrazione, rigidità mentale, isolamento sociale, senso inadeguatezza
- anemia, affaticamento, apatia, estrema debolezza, irritabilità, deficit neurologici ed edema agli arti inferiori.
Togliere non è sempre curare
La tendenza a prescrivere o auto-imporsi regimi alimentari estremamente restrittivi nel tentativo di controllare il dolore fisico causato dall’endometriosi, ha fatto emergere anche delle riflessioni legate alla nutrizione.
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Come sottolineato dagli esperti di Centro Lilac nel corso del webinar, non esiste una “dieta anti-endometriosi” validata scientificamente: le linee guida non suggeriscono consigli alimentari specifici, e diffidare di protocolli rigidi è essenziale per proteggere la propria salute mentale.
Una persona che soffre di endometriosi, invece, ha bisogno di poter compiere le proprie scelte alimentari in modo personalizzato e basato sui propri bisogni specifici: non tutte le persone hanno gli stessi sintomi, la stessa manifestazione, con le stesse oscillazioni.
“La nostra salute alimentare- afferma Ilaria D’Errico- “non dipende soltanto dalla salute del nostro corpo, ma anche dalla salute mentale. Ci sono tantissimi livelli che si devono tenere in considerazione in un percorso nutrizionale: si deve sicuramente mettere la sofferenza e la necessità corporea alla base, ma bisogna tenere in considerazione anche i tanti bisogni di cui siamo fatti, per raggiungere una migliore qualità di vita”.
L’isolamento e la lotta contro l’invisibilità
L’endometriosi può avere un impatto molto forte sulle relazioni e sulle attività quotidiane a causa della stanchezza cronica e del dolore invalidante.
Questo isolamento è aggravato da una medicina che spesso minimizza il dolore femminile, etichettandolo come psicologico o “normale”. Il disturbo alimentare può diventare, paradossalmente, un modo per rendere visibile attraverso il corpo una sofferenza che spesso non viene riconosciuta e validata dai clinici.
Rompere il silenzio significa passare dalla medicalizzazione forzata a un ascolto reale della storia della paziente. La vera cura non risiede in una lista di cibi vietati, ma in un approccio multidisciplinare che integri salute fisica e benessere psicologico, restituendo centralità ai bisogni profondi della persona.
“L’endometriosi è una patologia che ti porta alla solitudine perché ci si sente spesso incomprese: è una patologia che ti isola, che interrompe tantissime volte i rapporti interpersonali, le uscite con gli amici e le amiche, i rapporti con compagno o compagna.
Così capita di cercare soddisfazione nel cibo, entrando nel circolo vizioso delle abbuffate e del senso di colpa, peggiorando il proprio stato psichico.”
Lo sottolinea Vania Mento, presidente dell’associazione La voce di una è la voce di tutte“, che si occupa di informazione e divulgazione e, soprattutto, fornisce supporto alle donne affinché possano ricevere diagnosi precoci e corrette, per evitare il lungo “calvario” delle diagnosi tardive.
Patologie croniche e DCA: quale collegamento?
Ciò che si legge in letteratura purtroppo è limitato, ma l’associazione con i DCA è chiara (pensiamo all’ARFID): il disturbo alimentare spesso ha a che fare con le restrizioni, perché quando ci sono delle patologie di causa non chiara, la prima indicazione che si riceve è di “restringere qualcosa nella propria dieta”.
Questa associazione tra le patologie croniche e i disturbi alimentari, non necessariamente causale, è però radicata in storie di pazienti:
- restrizioni imposte per gestire sintomi incerti (“togli questo alimento”)
- cambiamenti corporei stigmatizzati culturalmente
- invisibilità del dolore cronico, che spinge al controllo alimentare per “rendere visibile” la sofferenza e attirare accudimento.
Patologie come l’endometriosi amplificano questo rischio, specie in contesti ossessionati dall’immagine corporea come il nostro, mentre l’assenza di riconoscimento medico genera solitudine, trasformando il cibo in rifugio o punizione.
I DCA sono espressione di un dolore molto profondo e non tutti derivano da scelte cognitive deliberate, ma da malesseri fisici non compresi e dolori liquidati come “capricci” o diagnosticati in modo errato.
Se a questo aggiungiamo invisibilità e solitudine, possiamo comprendere come queste condizioni complesse possano diventare terreno fertile per l’insorgenza di disturbi alimentari.
Ascolto, empatia e cura
Le tante testimonianze di chi ha partecipato al webinar raccontano come, per molte pazienti, il controllo del cibo diventa l’unico strumento per gestire un corpo che sembra non rispondere ai propri desideri.
Il cibo diventa un rifugio per colmare il senso di vuoto e solitudine causato dall’isolamento sociale e dai traumi legati alla malattia (come la perdita della fertilità) portando a episodi di abbuffate e successivi sensi di colpa.
Cosa può fare un clinico allora, per supportare la paziente nel percorso di gestione del disturbo e di guarigione?
Bisogna innanzitutto porsi in ascolto di quella che è la storia e l’esperienza di ognuna delle persone che si rivolge al clinico e, sulla base di queste unicità, capire come svolgere insieme un percorso che sia di vicinanza e accompagnamento, abbandonando l’approccio prescrittivo.
Se soffri di endometriosi, ricorda che non sei sola: puoi contattare l’associazione La voce di una è la voce di tutte, che ha anche messo a disposizione il numero di telefono 800 189 411 attivo dal lunedì al venerdì dalle 17:00 alle 19:00.
Se hai bisogno di supporto psicologico e nutrizionale e vuoi gestire meglio le possibili conseguenze psicologiche che possono insorgere da una patologia cronica, contattaci: troveremo insieme il percorso più utile affinché tu possa raggiungere il benessere fisico ed emotivo che ti meriti.
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