Neofobia alimentare: quando le novità a tavola fanno paura

Neofobia alimentare o food neophobia
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Se sei genitore, probabilmente ti sarà capitato di vedere storcere il naso al tuo bambino di fronte a un piatto nuovo. O forse, tu stesso hai evitato quel piatto che non avevi mai assaggiato prima al ristorante, preferendo la solita pasta perché “il nuovo non fa per me”.

Questi sono esempi quotidiani della neofobia alimentare, un fenomeno psicologico che può influenzare il nostro rapporto con il cibo già da bambini.

 

Che cos’è la neofobia alimentare?

Con il termine neofobia alimentare o food neophobia si indica la paura o l’avversione che si sperimenta nell’assaggiare alimenti nuovi o poco familiari. La parola “neofobia” infatti, connota più in generale la paura di ciò che è nuovo e viene spesso utilizzata proprio in ambito alimentare.

Non si tratta quindi di rifiuto del cibo in quanto tale ma, nello specifico, della tendenza a evitare o rifiutare cibi nuovi o sconosciuti. Alcuni studi hanno dimostrato che la neofobia alimentare è associata anche al consumo di alimenti essenziali, in particolare frutta e verdura, che può rappresentare un ostacolo ad abitudini alimentari adeguate ed equilibrate.

La neofobia non è classificata tra i disturbi alimentari, ma è di una predisposizione comportamentale che può interagire con fattori temperamentali, ansia e storia familiare, contribuendo in alcuni casi a quadri clinici più complessi.

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Neofobia e selettività alimentare: che differenza c’è?

Neofobia e selettività alimentare sono correlate ma non coincidono: entrambe riducono la varietà dei cibi assunti, ma si basano su meccanismi distinti:

  • la neofobia alimentare riguarda soprattutto il rifiuto del nuovo
  • la selettività alimentare o pickiness, è la tendenza a mangiare solo un ristretto numero di alimenti, anche se già noti, sulla base di preferenze gustative, sensoriali o convinzioni soggettive.

Questa differenza è stata confermata da uno studio che ha esaminato neofobia alimentare e selettività in 192 bambine di 7 anni. I risultati hanno mostrato che un bambino può essere molto selettivo ma poco neofobico (accetta di provare cibi nuovi ma poi li rifiuta) oppure poco selettivo ma molto neofobico (mangia con piacere alcuni alimenti, ma fatica moltissimo a introdurne di nuovi):

  • la neofobia era predetta da fattori “disposizionali”: neofobia materna e ansia infantile 
  • la pickiness da fattori “esperienziali”: allattamento  per meno di 6 mesi, scarsa varietà di verdure materna e percezione materna di “mancanza di tempo per pasti sani”.

 

Il mio bambino non mangia: cosa dice la psicologia

Nella prima infanzia, la neofobia alimentare infantile è considerata, entro certi limiti, una fase evolutiva normale che compare spesso tra i 2 e i 6 anni, quando il bambino inizia a rifiutare sistematicamente molti cibi nuovi. 

Come per tutte le difficoltà alimentari, la neofobia alimentare nei bambini può avere cause complesse che possono coinvolgere fattori genetici, fattori biologici, preferenze di gusto, temperamento del bambino e temperamento dei genitori. 

Per esempio, la neofobia può emergere a seguito di un’esperienza negativa correlata al cibo, come il dolore durante il pasto; del resto, come sottolinea una ricerca, “l’atteggiamento neofobico ha una certa importanza evolutiva, perché protegge l’individuo dall’ingestione di sostanze potenzialmente pericolose.”

Inoltre, la neofobia alimentare nei bambini è correlata alla qualità dell’interazione genitore-figlio: genitori con alti livelli di neofobia alimentare, modelli educativi ipercontrollanti, forte pressione a mangiare o, al contrario, scarso coinvolgimento, sembrano associarsi a più rifiuto del cibo nuovo. 

Può anche trattarsi di condizioni cliniche come l’autismo. Nel caso di autismo e alimentazione, infatti, sappiamo che spesso sono presenti ipersensibilità a texture, odori, colori o sapori e una certa paura del cambiamento delle abitudini alimentari, che rimangono ristrette.

La ricerca, infatti, ci conferma che i bambini con disturbo dello spettro autistico mostrano livelli significativamente più alti di neofobia alimentare rispetto ai coetanei neurotipici.

 

Anoressia materna e neofobia nel bambino

Alcuni studi hanno esplorato il legame tra disturbi alimentari materni (come l’anoressia nervosa) e pattern di alimentazione selettiva o neofobica nei figli, confermando che preoccupazioni intense della madre per il peso e il cibo, ansia dei pasti, controllo rigido delle quantità proposte, possono influenzare la percezione del cibo nel bambino e far insorgere selettività alimentare o neofobia.

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Neofobia in adolescenza: tra identità e gruppo dei pari

In adolescenza la neofobia alimentare può assumere significati diversi rispetto all’infanzia, intrecciandosi con la costruzione dell’identità, l’immagine corporea e il ruolo del gruppo dei pari. 

La neofobia in adolescenza può anche influenzare la partecipazione sociale: mangiare fuori casa, in mensa o con gli amici diventa fonte di ansia se il giovane teme di non trovare cibi “sicuri”. 

 

Neofobia alimentare negli adulti

La ricerca scientifica ha indagato anche la neofobia alimentare in età adulta, che viene associata a minore varietà dietetica, minore consumo di frutta e verdura e minore apertura verso alimenti “innovativi”.

Uno studio australiano del 2023 ha esplorato come la neofobia alimentare influenzi non solo le abitudini quotidiane, ma anche l’apertura verso cibi del tutto nuovi come gli insetti, proposti come proteine sostenibili del futuro. 

Su 601 adulti intervistati, circa il 18% si è rivelato con neofobia: queste persone tendono a evitare non solo verdure o piatti esotici, ma anche fonti proteiche meno comuni come selvaggina (canguro o cervo), legumi o tofu, preferendo opzioni “sicure” e familiari come latticini o carni tradizionali.

Questo rifiuto non è solo disgusto superficiale, ma riflette una paura radicata del nuovo che limita la varietà dietetica e l’adozione di alternative alimentari.

Un altro studio ha indagato come umore, neofobia alimentare e percezione del rischio influenzino l’intenzione di consumare cibi innovativi, usando come caso studio prodotti a base di foglie di broccoli (scarti vegetali trasformati in alimenti).

I ricercatori hanno scoperto che un umore positivo (gioia, entusiasmo) aumenta direttamente l’intenzione di provare questi novel foods, mentre la neofobia agisce come barriera: chi ha paura del nuovo percepisce rischi più alti (salute, gusto sconosciuto) e mostra minore motivazione all’acquisto, anche se i prodotti sono sostenibili e nutrienti.

 

Neofobia implicita ed esplicita

La neofobia alimentare negli adulti è stata indagata anche distinguendo tra neofobia alimentare esplicita o implicita.

La neofobia alimentare implicita è automatica e inconscia: emerge da test veloci o misure fisiologiche (EEG, battito cardiaco, espressioni facciali) che rivelano associazioni mentali istantanee tra cibi nuovi e pericolo, anche se la persona sostiene di non provare paura o ribrezzo. 

Di contro, la neofobia esplicita è quella paura del cibo nuovo che l’individuo riconosce e che può portare a dire “No, grazie, non mangio quel piatto strano perché non mi fido”.

Una ricerca ha concluso che “chi è in sovrappeso o soffre di obesità, pensa automaticamente (quindi in modo implicito) che i cibi cotti o tagliati siano super sicuri, ma coscientemente (in modo esplicito) li considera i meno sicuri di tutti  e lo stesso vale per i molti neofobici. Però, per i cibi sconosciuti, sembrano tutti d’accordo: i cibi trasformati sono più sicuri dei cibi crudi.”

 

Quando consultare un professionista per la neofobia alimentare

Dal punto di vista clinico, la neofobia alimentare e la selettività non richiedono sempre un intervento strutturato: a volte possono essere utili interventi educativi che sviluppino strategie pratiche per far mangiare cibi nuovi ai bambini, come il proporre ripetutamente i nuovi cibi senza pressione, creare un clima rilassato ai pasti, coinvolgere il bambino nella preparazione delle pietanze. 

Offrire con calma e continuità nuovi alimenti è inversamente associata alla food neophobia nei figli, mentre la pressione a mangiare tende ad aumentare resistenza e conflitti.

Quando la neofobia alimentare si associa a perdita di peso, compromissione dello sviluppo, isolamento sociale o marcata sofferenza soggettiva, è invece opportuno rivolgersi a psicologi esperti in DCA per un’indagine più approfondita, che possa valutare l’eventuale presenza di disturbi come l’ARFID o disturbo restrittivo/evitante dell’assunzione di cibo di cui la neofobia è un sintomo, o di altre condizioni psichiatriche in comorbilità

In questi casi, un percorso con psicologo o psicoterapeuta, integrato da un intervento nutrizionale, può lavorare sulle componenti psicologiche, sulle convinzioni legate al cibo e sulle dinamiche familiari che mantengono l’evitamento.

 

Bibliografia

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